L’analisi territoriale mostra un Paese molto differenziato. «Ma ai grandi volumi del Nord si affianca la forte crescita registrata nell’ultimo decennio in diverse regioni del Mezzogiorno» sottolineano gli analisti del Gruppo Seipa.
Le attività di costruzione e demolizione generano annualmente oltre 90 milioni di tonnellate di rifiuti. Il 2026 si avvia alla chiusura con una certezza: la gestione degli inerti non è più una questione marginale della politica ambientale e industriale italiana.
A fine anno il Gruppo Seipa, attivo nei settori del trasporto, recupero e riciclo degli inerti e dei servizi per l’edilizia e le infrastrutture, torna sulla propria analisi territoriale per leggere i nuovi dati ISPRA all’interno di una trasformazione di più lungo periodo.
Il risultato è una geografia a più velocità: il Nord continua a rappresentare il principale bacino produttivo e industriale, ma alcune regioni del Centro e soprattutto del Mezzogiorno hanno registrato incrementi percentuali molto più accentuati.
Il problema, secondo il Gruppo Seipa, non è soltanto quanto materiale viene prodotto, ma dove viene prodotto, dove può essere trattato e quanto è distante dagli impianti e dai cantieri nei quali può essere nuovamente utilizzato.
Dal 2015 a oggi, la mappa degli inerti è cambiata. L’analisi elaborata dal Gruppo Seipa all’inizio del 2026, mettendo a confronto i dati territoriali disponibili, evidenzia l’entità della trasformazione avvenuta.
Sulla base dei dati contenuti nel Rapporto Rifiuti Speciali 2025, la Lombardia risultava la prima regione italiana per produzione di rifiuti da costruzione e demolizione con 16,3 milioni di tonnellate, seguita da Piemonte con 7,9 milioni e Veneto con 7,4 milioni. Seguivano Campania con 6,4 milioni e Sicilia con circa 6 milioni.
Il primato settentrionale in termini assoluti non raccontava però tutta la storia. Il confronto di lungo periodo mostrava infatti incrementi particolarmente pronunciati in diverse regioni che partivano da volumi sensibilmente inferiori: Molise, Sicilia, Campania, Marche e Basilicata emergevano per intensità della crescita, delineando una progressiva redistribuzione territoriale dei flussi.
«La fotografia di fine 2026 conferma che parlare genericamente di una sola filiera nazionale degli inerti rischia di nascondere differenze territoriali molto profonde. Un milione di tonnellate prodotto in Lombardia e un milione prodotto in una regione con una rete impiantistica meno sviluppata non pongono necessariamente lo stesso problema industriale e logistico» osservano gli analisti del Gruppo Seipa.
La nuova analisi 2026 conferma più in generale la forte concentrazione territoriale del sistema italiano dei rifiuti speciali: il Nord genera il 56% della produzione nazionale complessiva, contro il 18,2% del Centro e il 25,8% del Sud.
Considerando tutti i rifiuti speciali, la Lombardia rimane nettamente prima con 36,4 milioni di tonnellate, seguita da Veneto con 18 milioni, Emilia-Romagna con 15 milioni e Piemonte con 13,9 milioni.
Nel Centro i maggiori quantitativi si registrano in Toscana, con 11,5 milioni di tonnellate, e nel Lazio, con 11,2 milioni. Nel Mezzogiorno guida la Campania con 11,7 milioni, davanti a Sicilia con 10,1 milioni e Puglia con 9,3 milioni.
Sono dati riferiti all’insieme dei rifiuti speciali e non esclusivamente agli inerti C&D, ma restituiscono la struttura territoriale entro la quale opera anche la filiera delle costruzioni.
La geografia della produzione incontra poi quella degli impianti. In Italia ci sono 10.563 impianti per la gestione dei rifiuti speciali. Più della metà, 5.808, si trova nel Nord e la sola Lombardia ne ospita 2.068, quasi il 20% dell’intera rete nazionale.
Gli impianti dedicati al recupero di materia sono 4.620. È proprio questa distribuzione a rendere la dimensione geografica particolarmente importante. La crescita dei volumi in un territorio non accompagnata da un’adeguata capacità di trattamento può infatti tradursi in maggiori distanze percorse, aumento dei costi logistici e minore efficienza complessiva della filiera.
«L’economia circolare ha inevitabilmente una geografia. Recuperare un materiale è il primo passaggio; poterlo trattare a una distanza ragionevole dal luogo nel quale viene prodotto e reimpiegarlo vicino al luogo di trattamento è ciò che rende la filiera industrialmente ed ambientalmente più efficiente» sottolineano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Il bilancio di fine 2026 contiene anche un elemento meno rassicurante: la produzione complessiva italiana di rifiuti speciali ha superato 172 milioni di tonnellate, aumentando del 4,6%, circa 7,6 milioni di tonnellate in più: nello stesso periodo il PIL è cresciuto dello 0,8%.
Il dato evidenzia quindi che la produzione dei rifiuti è aumentata molto più rapidamente dell’economia. Il settore delle costruzioni e demolizioni, con i suoi 90,4 milioni di tonnellate, rappresenta da solo più della metà del fenomeno.
La crescita dei quantitativi è stata sostenuta anche dagli interventi di ristrutturazione e riqualificazione degli immobili, dai cantieri infrastrutturali, dalle opere pubbliche e dagli investimenti sostenuti dal PNRR.
Per il Gruppo Seipa è proprio questo il punto sul quale concentrare l’attenzione: un alto tasso di riciclo non elimina la necessità di ridurre la produzione dei rifiuti e, soprattutto, di creare sbocchi industriali per i materiali recuperati.
Se aumentano i quantitativi, cresce però anche la capacità di recuperarli. Il tasso di riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione ha raggiunto l’82,4%, calcolato al netto di terre e rocce e dei fanghi di dragaggio. Il risultato supera di oltre dodici punti percentuali l’obiettivo europeo del 70%.
Anche considerando l’intero universo dei rifiuti speciali, il recupero di materia rappresenta ormai la principale modalità di gestione: 139,1 milioni di tonnellate, pari al 74,3% dei quantitativi gestiti, con una crescita del 6,4%. E parallelamente diminuisce anche il ricorso alla discarica: -2% in un anno.
«Sono numeri importanti perché dimostrano che il sistema è capace di recuperare materia. Ma la sfida successiva consiste nel trasformare sempre più frequentemente quel recupero in un nuovo utilizzo industriale, avvicinando produzione del rifiuto, trattamento e domanda di aggregati riciclati» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
È qui che la geografia degli inerti assume un significato diverso da una semplice classifica regionale. Sapere dove vengono generate le maggiori quantità di materiali significa poter programmare capacità impiantistica, trasporti, recupero e potenziali mercati di destinazione.
Nelle aree nelle quali i flussi crescono più rapidamente, la disponibilità di impianti e la capacità di assorbimento degli aggregati riciclati diventano quindi variabili industriali strategiche.
Il Gruppo Seipa ha progressivamente orientato il proprio modello verso questa integrazione tra gestione dei materiali, recupero, logistica e reimpiego. Nel 2025 gli impianti del gruppo hanno prodotto oltre 320 mila tonnellate di aggregati inerti riciclati, contro circa 30 mila nel 2008, mentre il 75% dei materiali in uscita dagli insediamenti industriali è risultato di natura riciclata.
Il quadro con cui si chiude il 2026 è quindi duplice. Da una parte l’Italia presenta un tasso di riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione superiore all’obiettivo europeo; dall’altra, produzione dei rifiuti, capacità impiantistica e domanda di materiali recuperati rimangono distribuite in maniera non uniforme sul territorio.
Per il Gruppo Seipa la prossima sfida sarà quindi anche geografica: ridurre, dove possibile, la distanza tra il luogo nel quale il materiale viene generato, quello nel quale viene recuperato e quello nel quale torna a essere utilizzato. Perché nell’economia circolare degli inerti non conta soltanto quanta materia viene recuperata. Conta anche quanto lontano deve viaggiare prima di poter diventare nuovamente una risorsa.